Comincia così l’affascinante storia di quello che è
considerato uno dei capolavori della bronzistica magnogreca.
La statua, nota con il nome di
“Poseidon
di Ugento”, venne rinvenuta durante lo scavo per
le fondazioni di una veranda che il signor Luigi Corsano stava costruendo
davanti alla sua casa …non pensando sicuramente di riportare alla
luce qualcosa di straordinario, di valore inestimabile, di bellezza indefinibile,
da una cavità coperta con una pietra che si rivelerà il
capitello dorico decorato con rosette a rilievo che in antico la statua
sormontava.

Al
momento della scoperta “il pupo”, nome con il quale fin da
subito l’opera venne definita, risultava zoppa e monca della mano
destra…non era bella, e poi emanava un cattivo odore, fetido e disgustante,
dovuto ai rifiuti organici che le abitazioni vicine riversavano sul sito
del ritrovamento e che evidentemente avevano inquinato anche il pezzo,
tanto che si pensò bene di allontanarlo in un angolo della strada
e nessuno esitò a concederlo in dono al progettista della veranda,
il geometra Piero Lucrezio, quando ne fece richiesta…di sua proprietà
rimase fino a quando la N.D. Sofia Nicolazzo, allora ispettrice onoraria
della Soprintendenza alle Antichità e presidente della locale Pro
Loco, essendo venuta a conoscenza di tale ritrovamento, chiese di vederlo.
La signora ne intuì subito il prezioso valore e ingaggiò
due operai, che lei stessa pagò, per setacciare la terra di riporto
e cercarne le parti mancanti.
Dopo due giornate di noiosa ricerca e dopo aver attentamente frugato i
grandi mucchi di terriccio accumulati nei pressi di
“Masseria
Mandorle” i resti bronzei vennero fuori e la signora
Sofia li ricongiunse prontamente agli arti del loro legittimo proprietario
servendosi di un po’ di nastro adesivo e carta stagnola…..sebbene
sporco, puzzolente e incancrenito, posato sul letto di chi lo aveva salvato
emanava tutta la sua regalità e la sua bellezza plasmata in un
passato che tornava a vivere grazie alla caparbia e all’intelligenza
di chi aveva subito compreso l’eccezionale importanza di un’opera
che qualche anno più tardi verrà identificata come
“Lo ZEUS di UGENTO”, considerando l’elemento
che ostentava nella mano destra,
non più un tridente ma un
fulmine, elemento caratterizzante la suprema
divinità
greca.
La voce cominciò a diffondersi come la notizia del nuovo aspetto
che il bronzo aveva assunto completo delle parti mancanti; pentito di
aver perso una simile occasione il padre di Luigi Corsano ne rivendicò
la proprietà e furioso per il rifiuto di Donna Sofia a restituirlo
si calmò, abbandonando ogni pretesa, alla promessa che la Pro Loco
gli avrebbe corrisposto diecimila lire.
Un gran fermento coinvolse tutta la cittadina in quegli anni, tante vicende
si svilupparono e tante persone vennero coinvolte in questa storia così
affascinante e vivace dove un dio venuto da tanto lontano tornava a chiedere
considerazione in un paese che nel
periodo messapico
era stato una roccaforte importante, un centro cardine di quella civiltà
che con la vicina colonia greca di Taranto aveva avuto confronti e scambi,
sontri e interazioni.
La Pro – Loco di Ugento era il fulcro di questa realtà sociale
e culturale che Ugento stava vivendo, così attiva e vivace, dove
due persone in particolare si prodigavano per la tutela e la conservazione
di questa statua: la già citata Sofia Nicolazzo, che di tasca propria
sosteneva ogni iniziativa, e Salvatore Zecca che strenuamente difese
“il
pupo” da chi lo considerava “un falso e una
messinscena di campanilisti ugentini”, diffondendo le reali circostanze
del ritrovamento che i quotidiani e le riviste di quegli anni alteravano
con notizie errate o totalmente false; entrambi promossero il valore storico
e artistico di quest’opera e si mossero in ogni modo con sforzi
eccezionali per garantirne la sua sicurezza e il suo
pregio;
è grazie a loro se il
patrimonio archeologico
nazionale è oggi ricco di questo reperto, nella sua integrità,
di straordinaria importanza e di
incommensurabile
valore.
Furono loro a consegnarlo nelle mani del Soprintendente alle Antichità
del tempo: Nevio Degrassi, il
9 novembre 1962, che constatò
immediatamente l’interesse della scoperta e ne dispose il
restauro
immediato per bloccare quel “cancro” che comprometteva
la conservazione del Bronzo. La statua venne trasferita presso l’
Istituto
Centrale del Restauro di Roma, dove il restauro e la cura del metallo
si protrassero sino al
gennaio del 1969, dopodiché venne
assegnata al
Museo nazionale di Taranto nel
quale tuttora si trova.
La statua alta con la base cm. 74,1, rappresenta un personaggio completamente
nudo che avanza reggendo nelle mani gli attributi che lo caratterizzano,
è stata riconosciuto come l’immagine di Zeus data la presenza
del fulmine nella mano destra e i resti delle zampe dell’aquila
nella mano sinistra. La testa ha un’acconciatura molto elaborata
con riccioli e lunghe trecce e presenta un diadema circolare ornato da
rosette e da una corona di foglie; il volto ha barba corta e baffi.
Degrassi, dopo uno studio attento e minuzioso dell’opera, giunge
alla conclusione che
la sua produzione vada riferita
ad artisti tarentini che molto probabilmente la eseguirono “in loco”,
intorno al 530 a.C., utilizzando la tecnica della fusione a cera
perduta.
Il capitello dorico, in pietra locale, costituiva la base su cui poggiava
la scultura, inserendosi con la sua basetta all’interno dell’incavo
rettangolare che compare sulla faccia superiore del capitello stesso;
è decorato sull’abaco da una fila di rosette a rilievo e
misura 74 cm. di lato, misura che corrisponde all’altezza della
statua.
Sono tanti gli interrogativi che questo monumento pone, primo fra tutti
il perché del suo occultamento volontario all’interno di
una cavità rocciosa chiusa dal suo stesso capitello; fra le tante
proposte spicca quella che propone di riferire quest’avvenimento
alla reazione di alcuni gruppi aristocratici indigeni agli influssi culturali
ellenici, quali ad esempio le rappresentazioni iconiche della divinità,
in seguito alle guerre tra messapi e tarentini nella prima metà
del V secolo a.C.