Zeus di Ugento, Poseidon di Ugento, statua dello Zeus di Ugento

  Lo Zeus di Ugento
(a cura di Paolo Schiavano)

 
   
 


Ugento 22 dicembre 1961


“ Il piccone si è fermato, ha incontrato la roccia…non è difficile che ciò avvenga qui, in questo paese che poggia le sue fondamenta sul banco calcareo. Quanta fatica per costruire una veranda…e ancora non abbiamo tolto che un metro di terra, e non è buona nemmeno per la campagna, è piena di piccoli cocci e cosi l’abbiamo portata alla periferia del paese, ne abbiamo fatto 2 grandi mucchi.
Ed ora anche la roccia…però sembra pietra, una pietra quadrata, regolare, curiosa! Chiamo gli altri è troppo grande per poterlo spostare da solo…la fatica di tre persone è appena sufficiente per toglierlo, con grande meraviglia sotto questo blocco si apre una buca…grande quanto il coperchio che la proteggeva…che strano!! Scendo nella cavità rocciosa…non mi crederebbe nessuno se non fossero con me altre persone a testimoniarlo…ma….nascosto all’interno c’è qualcosa!! Che buffo che è!!! Nù PUPU……..IL PUPO…..”

 
 

Comincia così l’affascinante storia di quello che è considerato uno dei capolavori della bronzistica magnogreca.
La statua, nota con il nome di “Poseidon di Ugento”, venne rinvenuta durante lo scavo per le fondazioni di una veranda che il signor Luigi Corsano stava costruendo davanti alla sua casa …non pensando sicuramente di riportare alla luce qualcosa di straordinario, di valore inestimabile, di bellezza indefinibile, da una cavità coperta con una pietra che si rivelerà il capitello dorico decorato con rosette a rilievo che in antico la statua sormontava.
Al momento della scoperta “il pupo”, nome con il quale fin da subito l’opera venne definita, risultava zoppa e monca della mano destra…non era bella, e poi emanava un cattivo odore, fetido e disgustante, dovuto ai rifiuti organici che le abitazioni vicine riversavano sul sito del ritrovamento e che evidentemente avevano inquinato anche il pezzo, tanto che si pensò bene di allontanarlo in un angolo della strada e nessuno esitò a concederlo in dono al progettista della veranda, il geometra Piero Lucrezio, quando ne fece richiesta…di sua proprietà rimase fino a quando la N.D. Sofia Nicolazzo, allora ispettrice onoraria della Soprintendenza alle Antichità e presidente della locale Pro Loco, essendo venuta a conoscenza di tale ritrovamento, chiese di vederlo. La signora ne intuì subito il prezioso valore e ingaggiò due operai, che lei stessa pagò, per setacciare la terra di riporto e cercarne le parti mancanti.
Dopo due giornate di noiosa ricerca e dopo aver attentamente frugato i grandi mucchi di terriccio accumulati nei pressi di “Masseria Mandorle” i resti bronzei vennero fuori e la signora Sofia li ricongiunse prontamente agli arti del loro legittimo proprietario servendosi di un po’ di nastro adesivo e carta stagnola…..sebbene sporco, puzzolente e incancrenito, posato sul letto di chi lo aveva salvato emanava tutta la sua regalità e la sua bellezza plasmata in un passato che tornava a vivere grazie alla caparbia e all’intelligenza di chi aveva subito compreso l’eccezionale importanza di un’opera che qualche anno più tardi verrà identificata come “Lo ZEUS di UGENTO”, considerando l’elemento che ostentava nella mano destra, non più un tridente ma un fulmine, elemento caratterizzante la suprema divinità greca.
La voce cominciò a diffondersi come la notizia del nuovo aspetto che il bronzo aveva assunto completo delle parti mancanti; pentito di aver perso una simile occasione il padre di Luigi Corsano ne rivendicò la proprietà e furioso per il rifiuto di Donna Sofia a restituirlo si calmò, abbandonando ogni pretesa, alla promessa che la Pro Loco gli avrebbe corrisposto diecimila lire.
Un gran fermento coinvolse tutta la cittadina in quegli anni, tante vicende si svilupparono e tante persone vennero coinvolte in questa storia così affascinante e vivace dove un dio venuto da tanto lontano tornava a chiedere considerazione in un paese che nel periodo messapico era stato una roccaforte importante, un centro cardine di quella civiltà che con la vicina colonia greca di Taranto aveva avuto confronti e scambi, sontri e interazioni.
La Pro – Loco di Ugento era il fulcro di questa realtà sociale e culturale che Ugento stava vivendo, così attiva e vivace, dove due persone in particolare si prodigavano per la tutela e la conservazione di questa statua: la già citata Sofia Nicolazzo, che di tasca propria sosteneva ogni iniziativa, e Salvatore Zecca che strenuamente difese “il pupo” da chi lo considerava “un falso e una messinscena di campanilisti ugentini”, diffondendo le reali circostanze del ritrovamento che i quotidiani e le riviste di quegli anni alteravano con notizie errate o totalmente false; entrambi promossero il valore storico e artistico di quest’opera e si mossero in ogni modo con sforzi eccezionali per garantirne la sua sicurezza e il suo pregio; è grazie a loro se il patrimonio archeologico nazionale è oggi ricco di questo reperto, nella sua integrità, di straordinaria importanza e di incommensurabile valore.
Furono loro a consegnarlo nelle mani del Soprintendente alle Antichità del tempo: Nevio Degrassi, il 9 novembre 1962, che constatò immediatamente l’interesse della scoperta e ne dispose il restauro immediato per bloccare quel “cancro” che comprometteva la conservazione del Bronzo. La statua venne trasferita presso l’Istituto Centrale del Restauro di Roma, dove il restauro e la cura del metallo si protrassero sino al gennaio del 1969, dopodiché venne assegnata al Museo nazionale di Taranto nel quale tuttora si trova.
La statua alta con la base cm. 74,1, rappresenta un personaggio completamente nudo che avanza reggendo nelle mani gli attributi che lo caratterizzano, è stata riconosciuto come l’immagine di Zeus data la presenza del fulmine nella mano destra e i resti delle zampe dell’aquila nella mano sinistra. La testa ha un’acconciatura molto elaborata con riccioli e lunghe trecce e presenta un diadema circolare ornato da rosette e da una corona di foglie; il volto ha barba corta e baffi.
Degrassi, dopo uno studio attento e minuzioso dell’opera, giunge alla conclusione che la sua produzione vada riferita ad artisti tarentini che molto probabilmente la eseguirono “in loco”, intorno al 530 a.C., utilizzando la tecnica della fusione a cera perduta.
Il capitello dorico, in pietra locale, costituiva la base su cui poggiava la scultura, inserendosi con la sua basetta all’interno dell’incavo rettangolare che compare sulla faccia superiore del capitello stesso; è decorato sull’abaco da una fila di rosette a rilievo e misura 74 cm. di lato, misura che corrisponde all’altezza della statua.
Sono tanti gli interrogativi che questo monumento pone, primo fra tutti il perché del suo occultamento volontario all’interno di una cavità rocciosa chiusa dal suo stesso capitello; fra le tante proposte spicca quella che propone di riferire quest’avvenimento alla reazione di alcuni gruppi aristocratici indigeni agli influssi culturali ellenici, quali ad esempio le rappresentazioni iconiche della divinità, in seguito alle guerre tra messapi e tarentini nella prima metà del V secolo a.C.